I cani brachicefali suscitano un entusiasmo crescente nel pubblico, sedotto dalla loro fisionomia infantile e dalle loro espressioni tenere. Dietro questa popolarità si nasconde però un pesante tributo, di cui fanno parte le manifestazioni cutanee e auricolari. In occasione dell’ultimo congresso ESVD a Lisbona, la collega Elisa Maina è tornata in modo esaustivo sulle loro principali dermatosi, precisandone i meccanismi, le presentazioni cliniche e la gestione.
Queste affezioni, lungi dall’essere aneddotiche, colpiscono tra il 10 e il 30 % degli individui secondo le casistiche pubblicate, e derivano da una combinazione complessa di fattori genetici, conformazionali, ambientali e microbiologici.
Capire la brachicefalia: origini e paradosso contemporaneo
Una definizione etimologica rivelatrice
Il termine brachicefalo ha le sue radici nella lingua greca: brachy significa corto e cephale indica la testa. Questa etimologia riassume da sola la particolarità morfologica di questi cani, il cui cranio presenta una lunghezza ridotta, sproporzionata rispetto alla larghezza. Questa sproporzione cranica non è un semplice dettaglio estetico: condiziona l’insieme delle strutture anatomiche sottostanti, che si tratti delle vie respiratorie superiori, dell’apparato uditivo o della distribuzione cutanea del viso.
Dalla selezione funzionale alla selezione estetica
La storia di questi cani è più antica di quanto si potrebbe pensare. Le prime rappresentazioni iconografiche di morfotipi brachicefali risalgono al periodo assiro, tra il settimo e il nono secolo prima della nostra era. A quell’epoca, tuttavia, la selezione rispondeva a un obiettivo molto diverso da quello di oggi: si cercava allora la massima potenza del morso, utile per funzioni di guardia o di combattimento.
La situazione contemporanea si è radicalmente capovolta. Gli acquirenti attuali non cercano più in genere la robustezza funzionale della mascella, ma i tratti facciali giovanili caratteristici della neotenia: guance paffute, grandi occhi globosi, muso schiacciato. È stato dimostrato che queste caratteristiche scatenano nell’essere umano risposte comportamentali assimilabili all’istinto materno, generando un’attrazione quasi irresistibile per questi morfotipi. Le preferenze estetiche di ciascuno sono certo una scelta personale che non ha vocazione a essere discussa in quanto tale in un contesto scientifico; resta tuttavia essenziale comprendere i meccanismi psicologici alla base di questa attrazione, perché spiegano direttamente la persistenza del fenomeno nonostante i rischi sanitari accertati.
Il paradosso del brachicefalo
Questa popolarità persiste nonostante una crescente sensibilizzazione ai problemi di salute associati a questa conformazione. Gli studi comportamentali condotti presso i proprietari rivelano un fenomeno inquietante: molti di loro, pur riacquistando la stessa razza dopo aver avuto un primo cane colpito da patologie croniche, ammettono di conoscere perfettamente la sofferenza del loro animale. Questo meccanismo psicologico, che si potrebbe definire dissonanza cognitiva applicata al benessere animale, merita una riflessione approfondita da parte della professione veterinaria, il cui ruolo educativo verso i futuri acquirenti resta determinante.
Questa conformazione si accompagna infatti a un’aspettativa di vita ridotta, a una morbilità elevata e a una qualità di vita oggettivamente diminuita. La sindrome ostruttiva delle vie aeree dei brachicefali (BOAS) resta la patologia più documentata e più mediatizzata. Occorre tuttavia ricordare che le affezioni cutanee non le sono affatto inferiori in termini di prevalenza: in alcune razze come il Bulldog Inglese, l’intertrigine si rivela persino più frequente della BOAS stessa, con tassi di coinvolgimento dermatologico complessivo superiori al 30 % dei soggetti.
Panoramica delle dermatosi associate alla conformazione brachicefala
La letteratura distingue due grandi categorie di dermatosi in queste razze. Una revisione di riferimento propone così un repertorio particolarmente completo e didattico di tutte le affezioni cutanee riscontrate in questi cani, classificandole in base al loro legame causale con la conformazione cranio-facciale.
La prima categoria raggruppa le affezioni direttamente imputabili alla conformazione cranio-facciale, quelle stesse che potrebbero teoricamente essere attenuate da una selezione d’allevamento meno estrema. La seconda categoria riguarda disturbi dermatologici che, pur frequenti nei brachicefali, non sono specificamente legati alla loro morfologia e si riscontrano anche in altre razze.
Questa distinzione ha una notevole portata pratica, perché orienta gli sforzi di prevenzione e di selezione genetica: solo le affezioni della prima categoria possono essere ridotte da un’evoluzione ragionata degli standard di razza.
La Dr.ssa Maina si è concentrata esclusivamente sulle entità direttamente legate alla brachicefalia: la dermatite delle pliche cutanee, l’otite esterna e l’otite media secretoria primaria, detta anche otite media con effusione.
La dermatite delle pliche cutanee: anatomia di una patologia da sfregamento
Terminologia e definizione
Questa affezione ha diverse denominazioni nella letteratura veterinaria: dermatite delle pliche cutanee o piodermite delle pliche cutanee in particolare. Si tratta fondamentalmente di una piodermite di superficie, il che significa che è caratterizzata da una proliferazione microbica eccessiva, una disbiosi cutanea, senza per questo costituire un’infezione franca in senso stretto.
Le sedi anatomiche preferenzialmente colpite comprendono la regione facciale, la regione vulvare e la zona caudale e pericaudale, senza escludere altre localizzazioni in cui sono presenti pliche cutanee. La predisposizione di razza è chiaramente stabilita nel Bulldog Inglese, nel Bulldog Francese e nel Carlino, razze in cui la compattezza corporea selezionata geneticamente genera un eccesso di cute che si traduce meccanicamente nella formazione di queste pliche profonde.

Intertrigine vulvare
È interessante notare che la predisposizione alle pliche cutanee eccessive non si limita strettamente alle razze brachicefale in senso morfologico stretto. Lo Shar-Pei in particolare illustra perfettamente come l’eccesso di cute, selezionato per il suo fascino estetico, generi sistematicamente un corteo di complicazioni: sovrainfezione cronica, infiammazione persistente e alterazione significativa della qualità di vita. Questo parallelo con una razza non brachicefala in senso stretto sottolinea che il meccanismo fisiopatologico in causa dipende meno dalla forma del cranio in sé che dall’eccesso cutaneo che spesso la accompagna, che sia di origine cranio-facciale o più generalizzato al resto del corpo.
Fisiopatologia: quando l’umidità incontra lo sfregamento
Il meccanismo patogenetico merita di essere descritto con precisione, perché condiziona direttamente le scelte terapeutiche. Saliva, lacrime, urina e sebo tendono naturalmente a restare intrappolati in fondo a queste pliche profonde. Questa configurazione anatomica, priva di ventilazione efficace, crea un microambiente umido quasi permanente, particolarmente difficile da pulire per il proprietario.
Questa iperidratazione cronica si combina con un fenomeno di sfregamento meccanico, generato dall’attrito continuo delle due superfici cutanee a contatto. L’associazione di questi due fattori, umidità e sfregamento, provoca un’alterazione progressiva dello strato corneo. Una volta alterata questa barriera cutanea, la permeabilità cutanea aumenta mentre i meccanismi di difesa locali si indeboliscono notevolmente.
Questo ambiente degradato costituisce un terreno ideale per la proliferazione batterica e fungina. Si osserva così una sovracrescita microbica mista, che coinvolge non solo popolazioni batteriche ma anche lieviti, in particolare del genere Malassezia. Questa disbiosi mantiene a sua volta una risposta infiammatoria locale, che si manifesta clinicamente con eritema ed essudazione. La proliferazione microbica si accompagna spesso a un caratteristico odore sgradevole, e il prurito che ne deriva diventa rapidamente evidente per l’osservatore attento.
In assenza di trattamento, si instaurano progressivamente lesioni croniche: alopecia, iperpigmentazione, lichenificazione, erosioni e ulcerazioni completano questo quadro evolutivo. Occorre tuttavia sottolineare che non tutti i cani con pliche cutanee sviluppano necessariamente questa dermatite. Questa osservazione suggerisce l’intervento di fattori di rischio aggiuntivi, tra cui le allergie concomitanti, l’obesità e alcuni squilibri ormonali sembrano svolgere un ruolo non trascurabile nello scatenamento clinico dell’affezione. Così, due cani con pliche morfologicamente simili possono avere destini clinici radicalmente diversi a seconda della presenza o dell’assenza di questi cofattori, il che invita a esaminare sistematicamente il terreno generale dell’animale prima di concludere per una semplice patologia meccanica isolata.
Uno spettro lesionale evolutivo
La presentazione clinica dell’intertrigine segue un continuum evolutivo ben identificabile. Negli stadi precoci, solo una colorazione anomala del mantello attira l’attenzione, dovuta all’impregnazione da parte delle secrezioni accumulate nella plica. Con il tempo compaiono segni più netti: iperpigmentazione e lichenificazione traducono la cronicità del processo infiammatorio.
Nelle forme più gravi, la macerazione cutanea diventa evidente, accompagnata da erosioni, ulcerazioni e croste, talvolta associate a un’alopecia estesa. Questa gradazione lesionale giustifica un esame clinico sistematico e minuzioso di tutte le pliche, comprese quelle che non sono immediatamente visibili all’ispezione superficiale. Un esame superficiale, limitato alle zone più accessibili, rischia infatti di non vedere lesioni più profonde e più evolute, nascoste in fondo a pliche particolarmente strette.
Complicazioni oculari legate alle pliche facciali
Le pliche cutanee della regione facciale non si limitano a un problema puramente dermatologico: espongono l’animale anche a complicazioni oftalmologiche significative. Quando l’eccesso di pliche è orientato verso la regione perioculare, i peli che ne emergono possono entrare in contatto diretto con la superficie corneale. Questo contatto cronico provoca innanzitutto una cheratite traumatica, che può evolvere verso un’ulcerazione corneale franca se il fattore meccanico persiste. Questa associazione tra pliche facciali eccessive e patologia corneale è stata formalmente riportata nelle razze brachicefale, rafforzando la necessità di un esame oftalmologico sistematico in ogni paziente con dermatite delle pliche cutanee facciali.
La particolarità della coda incassata
La regione caudale merita un’attenzione particolare, specialmente nel Bulldog Inglese, nel quale la conformazione della coda incassata o a cavatappi crea un ambiente favorevole all’accumulo di materiale organico. A differenza della plica facciale, che conserva una certa flessibilità, la coda è qui vincolata da una struttura ossea rigida che ne limita considerevolmente la mobilità. Questa relativa immobilità favorisce l’incassamento dei peli e l’aumento dello sfregamento locale.
Clinicamente, l’infezione secondaria genera un prurito che spinge l’animale a strofinarsi, mordersi o leccarsi la zona colpita, provocando ulteriori lesioni secondarie. Alcuni casi raggiungono una gravità notevole, con materiale giallastro, secco, di natura probabilmente purulenta, nascosto in fondo alla plica e talvolta invisibile senza un esame ravvicinato con un ingrandimento adeguato. Questa discrezione lesionale spiega perché molti proprietari non percepiscono la gravità della situazione finché non diventano evidenti ulcerazioni gravi, associate a un’infezione profonda.
Questa configurazione anatomica caudale si accompagna spesso a complicazioni aggiuntive. Quando la coda ostruisce fisicamente la regione anale, le feci possono restare intrappolate, provocando dapprima una dermatite perianale, poi potenzialmente affezioni dei sacchi anali, o persino il rischio di formazione di fistole perianali. Questa costellazione di complicazioni si riscontra principalmente nelle razze di tipo Bulldog, ma è stata riportata anche nel Carlino e nel Boston Terrier.

Grave intertrigine caudale
Altre localizzazioni: labbra, collo e regione vulvare
Sebbene meno caratteristiche che nel Bulldog Francese, pliche cutanee problematiche possono osservarsi anche in altre razze, come il Cocker Spaniel, nel quale una dermatite delle pliche labiali o cervicali può svilupparsi secondo un meccanismo fisiopatologico identico.
La regione vulvare costituisce una localizzazione particolarmente interessante per la sua accessibilità al leccamento da parte dell’animale stesso. Il leccamento cronico che ne deriva aggrava progressivamente le lesioni iniziali. Gli stadi precoci si limitano a una colorazione anomala del mantello, associata a una lieve ipotricosi e talvolta a una piccola ulcerazione focale. L’evoluzione cronica porta a lesioni più numerose e più diffuse.
Questa localizzazione vulvare si accompagna a complicazioni sistemiche e funzionali notevoli. L’irritazione cronica indotta dalla plica vulvare favorisce infatti le infezioni ascendenti delle vie urinarie. Occorre precisare che questa associazione non è legata esclusivamente alla conformazione brachicefala propriamente detta, ma piuttosto alla persistenza di una conformazione vulvare giovanile. Un elemento terapeutico merita di essere sottolineato: la resezione chirurgica della plica vulvare si accompagna a un miglioramento dimostrato sia delle infezioni urinarie ricorrenti sia della dermatite vulvare stessa, a favore di un approccio chirurgico nei casi refrattari.
Approccio diagnostico
La diagnosi di intertrigine si basa innanzitutto sull’esame clinico. La localizzazione strettamente intraplicale delle lesioni costituisce di per sé un forte elemento diagnostico, facendo di questa affezione una diagnosi essenzialmente clinica. L’esecuzione sistematica di una citologia permette tuttavia di confermare la presenza di batteri o lieviti e di orientare la scelta terapeutica in funzione della popolazione microbica predominante.
Il clinico deve comunque restare vigile di fronte ad alcune diagnosi differenziali o associazioni patologiche. Quando l’intertrigine colpisce la regione facciale, va sempre ricercata una dermatite atopica concomitante, perché quest’ultima costituisce un fattore predisponente importante per le recidive della dermatite delle pliche cutanee. La dermatite atopica si manifesta raramente in modo isolato a livello delle pliche: la ricerca di altre localizzazioni caratteristiche, come la dermatite ventrale, l’otite o la congiuntivite, è indispensabile per stabilire questa diagnosi associata.
Le biopsie cutanee e l’esame istopatologico sono raramente indicati in questa patologia. Trovano tuttavia il loro posto in alcune situazioni particolari, specialmente quando affezioni come la piodermite mucocutanea o il lupus eritematoso mucocutaneo, in forme discrete, possono essere confuse con una dermatite delle pliche cutanee grave, in particolare a livello della vulva. In queste circostanze equivoche, il ricorso all’istologia permette di sciogliere il dubbio diagnostico.
Principi terapeutici: un approccio sequenziale e ragionato
La gestione terapeutica dell’intertrigine deve logicamente seguire le tappe della sua fisiopatologia. Vanno considerati tre assi terapeutici successivi: il controllo della proliferazione microbica e dell’infezione, il controllo dell’infiammazione e infine la gestione dell’umidità e dello sfregamento residui.
Per quanto riguarda il controllo microbico, la scelta terapeutica deve essere guidata dalla presentazione clinica e dai risultati citologici. Le forme lievi, caratterizzate da una proliferazione batterica moderata, rispondono in genere a una semplice pulizia con salviette antimicrobiche, spray o shampoo adatti. Le forme cliniche più gravi, associate a una popolazione importante di cocchi alla citologia, giustificano l’applicazione di una pomata a base di mupirocina, due volte al giorno dopo una pulizia preliminare. Nei casi gravi in cui l’infiammazione presenta un carattere misto, la sulfadiazina d’argento costituisce un’alternativa terapeutica pertinente. Infine, le lesioni caudali profondamente ulcerate, associate a un’infezione franca e profonda, richiedono il ricorso a una terapia antibiotica sistemica, sempre guidata da un esame colturale con antibiogramma per evitare qualsiasi prescrizione empirica inadeguata.
Il controllo dell’infiammazione resta invece meno codificato nella letteratura veterinaria, per la mancanza di studi sufficienti sia in medicina umana sia in medicina veterinaria. Si ammette tuttavia che i corticosteroidi topici, così come i corticosteroidi sistemici nelle forme più ribelli, presentano un’efficacia potenziale in queste affezioni croniche in cui la componente infiammatoria occupa un posto determinante. Una strategia proattiva a scopo preventivo può contribuire a ridurre la frequenza delle recidive, sapendo che questa affezione ha un carattere cronico in assenza di un intervento chirurgico definitivo. La gestione concomitante delle comorbilità, in particolare dell’atopia quando presente, costituisce un elemento indispensabile per il controllo duraturo della malattia.
Il terzo pilastro terapeutico riguarda il controllo dell’umidità e dello sfregamento, ottenuto con l’uso di agenti essiccanti e di creme barriera, di cui l’ossido di zinco costituisce l’esempio più rappresentativo. La tecnica di applicazione deve rispettare una sequenza rigorosa: una pulizia accurata della plica, in genere molto sporca, deve sempre precedere l’applicazione della crema barriera o dell’agente essiccante. L’uso di salviette alla clorexidina, seguito dall’applicazione di una pasta all’ossido di zinco, illustra una pratica comunemente raccomandata ai proprietari, da eseguire tassativamente con guanti protettivi, per evitare qualsiasi contatto diretto prolungato con le secrezioni e gli agenti topici utilizzati.
In alcuni casi, la chirurgia correttiva delle pliche eccessive rappresenta un’opzione terapeutica da non trascurare, specialmente quando le misure mediche conservative non riescono a controllare durevolmente l’affezione. Questo intervento, sebbene invasivo, permette un miglioramento sostanziale della qualità di vita dell’animale, eliminando definitivamente il substrato anatomico responsabile della patologia.

Una chirurgia correttiva è talvolta necessaria, ma non sempre realizzabile
L’otite esterna nel brachicefalo: una patologia multifattoriale
Richiamo fisiopatologico generale
L’otite esterna si definisce come un’affezione infiammatoria che colpisce il condotto uditivo esterno e il padiglione auricolare. La sua patogenesi è classica: fattori predisponenti, cause primarie e fattori perpetuanti. Nelle razze brachicefale questo quadro concettuale resta valido, ma ogni componente vi è notevolmente amplificata da particolarità anatomiche proprie di questa conformazione. In altre parole, nel brachicefalo non è tanto la natura dei fattori in causa a differire, quanto la loro intensità e il loro intreccio reciproco, che rendono la gestione di questa affezione particolarmente complessa in questa popolazione.
Particolarità anatomiche che aggravano la prognosi
Il condotto uditivo normale deve permettere una facile visualizzazione della membrana timpanica all’esame otoscopico. Nel cane brachicefalo questa visualizzazione si rivela spesso impossibile. Uno studio riporta che su un campione di 150 orecchie esaminate, la membrana timpanica era visibile solo in cinque casi, ovvero un’impossibilità di visualizzazione in 145 orecchie su 150. Una valutazione tomografica complementare ha permesso di misurare oggettivamente il diametro del condotto uditivo, rivelando una riduzione della metà rispetto ai cani di conformazione mesocefala. Il condotto uditivo è così parzialmente o completamente occluso nell’82 % dei casi studiati. Occorre notare che questo studio specifico non ha permesso di stabilire una correlazione statistica diretta tra il grado di stenosi e la prevalenza dell’otite esterna; altri lavori confermano tuttavia una prevalenza complessivamente più elevata di questa affezione nelle razze brachicefale rispetto alle altre conformazioni craniche.
Le anomalie anatomiche non si limitano al solo condotto uditivo esterno. La bolla timpanica stessa presenta particolarità morfologiche notevoli in queste razze: è più piccola, più spessa e posizionata in modo più rostrale. Queste modificazioni strutturali possono alterare il funzionamento della tuba di Eustachio, predisponendo a una frequenza accresciuta di otiti medie che, paradossalmente, sfuggono spesso alla rilevazione durante un esame otoscopico standard, proprio a causa della stenosi del condotto uditivo esterno che impedisce qualsiasi visualizzazione diretta.
L’accumulo di queste particolarità anatomiche porta a una ventilazione ridotta del condotto uditivo. Questa ventilazione insufficiente favorisce meccanicamente la ritenzione di cerume, creando un microambiente favorevole alla proliferazione microbica. Quando a questo terreno già sfavorevole si aggiungono affezioni allergiche concomitanti, fonte di infiammazione cronica, si comprende facilmente perché questi animali sviluppino più facilmente iperplasia tissutale e fibrosi rispetto alle altre conformazioni di razza. Va anche ricordato che l’effusione dell’orecchio medio, spesso silente perché non visualizzabile, contribuisce a ritardare la diagnosi dell’otite esterna stessa, portando a quadri clinici più gravi al momento della visita.
L’otite media nel brachicefalo
Definire l’otite media e le sue particolarità di razza
L’otite media è caratterizzata da una modificazione patologica della bolla timpanica, identificabile con la diagnostica per immagini. Questa lesione può riguardare il lume della cavità, con un’effusione endocavitaria, oppure l’osso stesso, con fenomeni di proliferazione o di lisi ossea, e i due quadri possono coesistere.
Una distinzione fondamentale separa la fisiopatologia dell’otite media nelle razze dolicocefale e mesocefale da quella osservata nei brachicefali. Nelle prime, il coinvolgimento è classicamente secondario a un’otite esterna preesistente, con propagazione infettiva dall’esterno verso l’interno e danneggiamento progressivo della membrana timpanica: il materiale purulento accumulato nel condotto uditivo esterno finisce per alterare l’integrità timpanica, permettendo così l’estensione del processo infettivo fino alla bolla timpanica stessa. I tassi di progressione riportati variano secondo il tipo di otite esterna iniziale: 20 % per l’otite esterna eritemato-ceruminosa, 50 % per l’otite suppurativa e fino al 70 % per l’otite proliferativa.
Nel brachicefalo, invece, questo classico meccanismo ascendente non appare predominante. Il più delle volte questi animali non presentano alcuna infiammazione significativa del condotto uditivo esterno, nonostante la presenza accertata di un’effusione nella bolla timpanica. Questa dissociazione clinica suggerisce fortemente l’esistenza di un meccanismo fisiopatologico primario, indipendente da qualsiasi coinvolgimento esterno precedente e direttamente legato alle particolarità anatomiche di questa conformazione cranica.
Una terminologia fluttuante ma rivelatrice
La letteratura dedicata a questa entità presenta una terminologia variabile, che riflette l’evoluzione progressiva della comprensione fisiopatologica. Inizialmente descritta nel Cavalier King Charles Spaniel con il termine di otite media secretoria primaria, questa affezione è stata poi riportata in altre razze brachicefale con la denominazione di otite media con effusione, terminologia probabilmente mutuata dalla medicina umana, dove questa entità pediatrica si accompagna spesso a una componente batterica scatenante, o almeno a un fattore scatenante di natura batterica ben identificato nel bambino.
Nel cane, tuttavia, le osservazioni cliniche mostrano che infiammazione e infezione non sono sistematicamente presenti, il che ha portato alcuni autori a preferire il termine più neutro di effusione dell’orecchio medio, più fedele alla realtà fisiopatologica canina ed esente da qualsiasi connotazione infettiva impropria.
Meccanismi fisiopatologici distinti secondo la razza
Nel Cavalier King Charles Spaniel, la particolare conformazione faringea si accompagna a una disfunzione della tuba di Eustachio, che ostacola il drenaggio fisiologico del muco prodotto all’interno della bolla timpanica. Questa disfunzione genera una pressione negativa intratimpanica, che eserciterebbe un effetto di aspirazione sulle secrezioni cellulari, favorendo una maggiore produzione di muco viscoso.
Nelle altre razze brachicefale interessate, ovvero Boxer, Boston Terrier e Bulldog Francese, la fisiopatologia appare multifattoriale. Una tuba di Eustachio stretta, una muscolatura cefalica e cervicale particolarmente sviluppata che può interferire meccanicamente con l’apertura tubarica, una displasia dell’articolazione temporo-mandibolare che limita l’ampiezza di apertura della bocca durante la masticazione, un palato molle allungato, nonché dimensioni e posizione anomale della bolla timpanica costituiscono altrettanti fattori contributivi. Alcuni studi riportano anche un’alterazione della produzione delle cellule caliciformi, con ripercussioni sugli schemi respiratori che possono aggravare ulteriormente la pressione negativa dell’orecchio medio. È quindi una combinazione di fattori anatomici e funzionali che spiega l’accumulo di secrezioni nell’orecchio medio in queste razze.
Un’espressione clinica polimorfa secondo le razze
I dati disponibili sull’espressione clinica di questa affezione restano disomogenei secondo le razze considerate, il che impone una certa prudenza interpretativa. Il Cavalier King Charles Spaniel dispone della documentazione più ricca, mentre per il Boxer esiste un solo studio dedicato, per il Boston Terrier una sola pubblicazione su due casi, e il Bulldog Francese comincia appena a essere oggetto di indagini più sistematiche.
Un elemento clinico fondamentale merita di essere sottolineato: l’effusione dell’orecchio medio può restare del tutto asintomatica. Questo reperto occasionale, emerso durante una diagnostica per immagini della testa eseguita per un’altra indicazione, riguarda oltre il 50 % dei Bulldog Francesi esaminati. Al contrario, il Boston Terrier si mostra sempre sintomatico nei casi riportati.
Il dolore cervicale e cefalico costituisce un segno clinico particolarmente precoce e significativo nel Cavalier King Charles Spaniel. Il Boxer presenta invece dolore all’apertura della bocca, mentre lo scuotimento della testa si osserva in modo più o meno costante in tutte le razze interessate, con la notevole eccezione del Boston Terrier. La perdita dell’udito e la sordità figurano anch’esse tra i segni riportati, con un’importanza particolare nel Cavalier King Charles Spaniel, nel quale compaiono precocemente nell’evoluzione clinica.
I segni vestibolari e la paralisi facciale completano questo quadro clinico. Queste manifestazioni neurologiche derivano dalla compressione esercitata dal muco o dal materiale purulento accumulato nella bolla, o dall’azione diretta di tossine, o ancora da lesioni infiammatorie dei nervi cranici che attraversano la regione timpanica o le strutture vestibolari adiacenti. Questi segni vestibolari sono particolarmente gravi nel Boston Terrier, mentre restano variabili nelle altre razze. La paralisi facciale è stata riportata in diverse razze, sebbene la sua presentazione resti incerta nel Bulldog Francese, per la mancanza di una descrizione clinica sufficientemente dettagliata nella letteratura disponibile. Nel Boxer sono state inoltre descritte difficoltà di masticazione, mentre un’otite esterna concomitante riguarda solo una minoranza dei casi, come un solo caso su sette riportato in questa razza.
Approccio diagnostico strutturato
Il sospetto clinico di otite media si basa inizialmente sull’anamnesi e sui segni clinici presentati dall’animale. La video-otoscopia costituisce il passo successivo imprescindibile, permettendo di valutare l’integrità della membrana timpanica, ricercare corpi estranei, apprezzare un eventuale rigonfiamento e rilevare segni di danni pregressi come opacità della membrana.
Per l’aspetto della membrana timpanica sono stati riportati indizi specifici per ciascuna razza. Nel Cavalier King Charles Spaniel con effusione dell’orecchio medio è stato descritto un caratteristico rigonfiamento della pars flaccida. Questa presentazione differisce da quella osservata nel Boxer, nel quale il rigonfiamento interessa preferenzialmente la pars tensa secondo i dati riportati da Patterson nei casi da lui descritti. Il Boston Terrier, invece, non presenta un rigonfiamento significativo della membrana. I dati relativi al Bulldog Francese restano largamente incompleti, poiché la visualizzazione della membrana timpanica si rivela il più delle volte impossibile in questa razza a causa della grave stenosi del condotto uditivo.
La diagnostica per immagini completa utilmente l’esame otoscopico. La TC presenta un’eccellente sensibilità per la rilevazione dell’effusione, la valutazione morfologica della bolla, la rilevazione delle modificazioni ossee e la valutazione della cronicità delle lesioni. La risonanza magnetica offre invece una visualizzazione superiore dei tessuti molli, dell’orecchio interno e delle strutture nervose, e si rivela particolarmente pertinente in presenza di segni neurologici concomitanti, specialmente nel Cavalier King Charles Spaniel quando si sospetta una patologia neurologica associata.
Questa diagnostica per immagini presenta tuttavia alcuni limiti da tenere presenti. L’elevato tasso di reperti occasionali nel Bulldog Francese, oltre il 50 % dei casi e con presentazione unilaterale o bilaterale, impone un’interpretazione prudente dei risultati. Appare quindi opportuno ricorrere alla diagnostica per immagini solo quando il sospetto clinico di otite media si basa su elementi anamnestici e clinici sufficientemente convincenti, evitando così una sovrainterpretazione di reperti occasionali privi di rilevanza clinica accertata.
La miringotomia, detta anche paracentesi timpanica, costituisce il passo diagnostico e terapeutico successivo. Questa tecnica permette di confermare la presenza dell’effusione consentendo al tempo stesso un prelievo a scopo citologico e batteriologico. L’incisione può essere eseguita con un catetere o con una piccola lama, permettendo poi l’introduzione di un catetere per la raccolta del campione destinato alla citologia e all’esame colturale con antibiogramma. La pulizia successiva va condotta con rigore e perseveranza, poiché il muco si rivela talvolta particolarmente denso e resistente al semplice risciacquo; non è raro che il clinico debba ripetere il risciacquo più volte prima di ottenere un’evacuazione soddisfacente delle secrezioni accumulate.
La sede privilegiata per questa miringotomia resta la pars tensa caudoventrale, a condizione che la membrana timpanica sia effettivamente visibile, condizione raramente soddisfatta nel Bulldog Francese, nel quale l’accesso deve adattarsi ai vincoli anatomici individuali.
Un punto tecnico merita un’attenzione particolare riguardo al posizionamento dell’animale durante questa procedura. Uno studio recente ha confrontato il tasso di contaminazione secondo la via di accesso utilizzata: l’approccio tradizionale attraverso il condotto uditivo laterale si accompagna a un tasso di contaminazione del 67 %, mentre un posizionamento alternativo, in decubito laterale con accesso verticale da sotto un tavolo appositamente progettato, riduce questo tasso di contaminazione ad appena il 5,5 %. Questa differenza considerevole depone fortemente a favore dell’adozione di questa tecnica alternativa nella pratica corrente, per garantire l’affidabilità dei risultati batteriologici ottenuti.
Caratteristiche macroscopiche dell’effusione secondo la razza
L’analisi comparativa dell’effusione dell’orecchio medio rivela differenze notevoli secondo le razze considerate. Nel Cavalier King Charles Spaniel, nel Boxer e nel Boston Terrier, l’effusione si presenta il più delle volte come un tappo di muco particolarmente viscoso e tenace, di colore variabile dal giallastro al biancastro passando per il grigiastro.
Il Bulldog Francese presenta invece una variabilità macroscopica molto maggiore: l’effusione può essere mucoide, sierosa color miele, ma anche brunastra o francamente ematica. Questa diversità si spiega probabilmente con la presenza più frequente di cellule infiammatorie associate a batteri in questa razza, con colture positive in circa il 50 % dei casi riportati. Questa componente infiammatoria e infettiva più marcata potrebbe spiegare la consistenza generalmente più fluida dell’effusione quando questa presenta un carattere purulento. Al contrario, l’effusione resta in maggioranza acellulare nel Cavalier King Charles Spaniel e nel Boxer, nei quali i batteri sono quasi sempre assenti dai campioni analizzati.
Opzioni terapeutiche e gestione delle recidive
La recidiva dell’effusione, particolarmente frequente nel Cavalier King Charles Spaniel, può essere gestita con una nuova miringotomia. Tuttavia, nella maggior parte dei casi recidivanti, il posizionamento di un tubo di timpanostomia, detto anche drenaggio transtimpanico, costituisce una soluzione più duratura. Questo dispositivo di dimensioni molto ridotte, posizionato al centro della membrana timpanica, funziona come una vera porta di passaggio per le secrezioni: permette un drenaggio continuo del fluido prodotto, evitandone l’accumulo progressivo nella bolla timpanica.
Dopo il risciacquo iniziale, la terapia farmacologica si basa su diverse classi terapeutiche. Gli antinfiammatori, in particolare il prednisolone, possono essere somministrati per via topica, orale o con l’associazione delle due vie. La terapia antibiotica deve invece essere instaurata solo in presenza di risultati citologici e batteriologici positivi, poiché la sterilità dell’effusione è la regola in molti casi, in particolare nel Cavalier King Charles Spaniel e nel Boxer. Infine, la N-acetilcisteina, agente mucolitico riconosciuto, presenta un interesse terapeutico certo per la sua capacità di rompere i legami glicoproteici del muco, facilitandone il drenaggio grazie alla fluidificazione della sua consistenza. Questa molecola può essere somministrata per via topica o sistemica secondo la gravità clinica osservata.
Prognosi differenziale secondo la razza
La prognosi di questa affezione varia notevolmente secondo la razza considerata. Nel Cavalier King Charles Spaniel, l’evoluzione cronica e ricorrente altera in modo significativo la qualità di vita e richiede una gestione per tutta la durata della vita dell’animale. Il Boxer presenta invece una prognosi generalmente favorevole, con recidive rare in questa razza. Il Boston Terrier mostra un’evoluzione variabile: le forme benigne possono migliorare spontaneamente, mentre le forme gravi rischiano di lasciare sequele neurologiche definitive. Infine, le conoscenze attuali sul Bulldog Francese restano insufficienti: il carattere spesso occasionale del reperto solleva dubbi sulla reale rilevanza clinica di questa entità in questa razza, una questione che resta oggi senza risposta definitiva e merita ulteriori indagini.
Conclusione
La conformazione brachicefala, lungi dal costituire un semplice tratto estetico ricercato dai proprietari, comporta una profonda predisposizione anatomica a un corteo di patologie dermatologiche e otologiche la cui gravità e cronicità impongono una vigilanza clinica costante. La dermatite delle pliche cutanee, l’otite esterna e l’otite media secretoria primaria, pur con un’espressione clinica variabile secondo le razze interessate, condividono un’origine comune: l’alterazione anatomica strutturale imposta dalla selezione morfologica estrema di questi cani.
Il riconoscimento precoce di queste alterazioni resta determinante per instaurare una gestione terapeutica adeguata e una gestione proattiva che limiti l’insorgenza di lesioni croniche irreversibili. Il veterinario non deve esitare a proporre un intervento chirurgico, in particolare nei casi di pliche cutanee importanti o di effusioni ricorrenti dell’orecchio medio, quando le misure mediche conservative non riescono a controllare durevolmente la sintomatologia.
La nostra responsabilità collettiva consiste anche nell’informare con rigore allevatori e futuri proprietari, per orientare, come minimo, verso la selezione di tipi morfologici meno estremi all’interno delle stesse razze brachicefale. La brachicefalia non può essere ridotta a un semplice attributo estetico: rappresenta un costo sanitario tangibile, che colpisce trasversalmente numerosi sistemi fisiologici dell’animale. Ulteriori lavori, in particolare sul Bulldog Francese, i cui dati restano oggi frammentari, permetterebbero di affinare la nostra comprensione della reale rilevanza clinica di alcuni reperti occasionali di diagnostica per immagini e di armonizzare i protocolli diagnostici e terapeutici tra le diverse razze interessate.
Maina E. Dermatological issues in brachycephalic dogs. Lisboa, ESVD Meeting 2025